Un giovane pisano in Africa

All’inizio del XIII secolo un giovane pisano si trovava sulla costa del Nord Africa. Si chiamava Leonardo. Suo padre lavorava a Bugia, l’attuale Béjaïa in Algeria, per gli interessi dei mercanti pisani.

Fu lì che Leonardo entrò in contatto con la matematica praticata nel Mediterraneo islamico e con il sistema numerico indo-arabo. Viaggiò, studiò e nel 1202 scrisse il Liber Abaci, contribuendo alla diffusione nell’Europa latina di un sistema di numerazione destinato a trasformare commercio e calcolo.

È difficile immaginare una storia più italiana. Eppure quasi nulla, in quella storia, è esclusivamente italiano.

L’identità come sintesi

Forse è proprio questo il punto. La penisola italiana non si è formata culturalmente isolandosi dal Mediterraneo, ma attraversandolo ed essendo attraversata da esso.

Popoli, merci, parole, tecniche, ricette, forme artistiche e conoscenze sono entrati e usciti dai suoi porti per secoli. La cultura italiana non perde valore riconoscendo ciò che ha ricevuto. Al contrario, rivela una delle sue caratteristiche più profonde: la capacità di assimilare, reinterpretare e trasformare.

L’identità italica, in questa prospettiva, non è purezza. È sintesi.

Non abbiamo ereditato soltanto cose. Abbiamo ereditato modi di fare le cose.

Le mani hanno memoria

Questo cambia anche il modo in cui possiamo pensare a un prodotto. Il luogo in cui qualcosa viene materialmente realizzato è importante e, sul piano giuridico e doganale, l’origine delle merci risponde a regole precise. Ma l’origine geografica e l’origine culturale non sono necessariamente la stessa cosa.

Un maestro giapponese formatosi per anni in Giappone non perde la propria cultura gastronomica quando prepara sushi a Milano. Allo stesso modo, un sarto napoletano non dimentica il modo in cui ha imparato a interpretare un tessuto o costruire una spalla soltanto perché lavora a New York.

Le mani attraversano le frontiere portando con sé la propria memoria.

Non abbiamo ereditato soltanto cose

Quando diciamo patrimonio culturale pensiamo facilmente a monumenti, dipinti, palazzi, siti archeologici. Ma esiste anche un patrimonio che non può essere semplicemente conservato dietro una teca.

È il sapere necessario per cucinare, tagliare un abito, lavorare il vetro, costruire uno strumento, realizzare una scarpa, arredare una stanza, accogliere un ospite. UNESCO definisce il patrimonio culturale immateriale anche attraverso conoscenze e competenze trasmesse tra generazioni e considera l’artigianato tradizionale soprattutto per i saperi e le abilità che lo rendono possibile.

Non abbiamo ereditato soltanto cose. Abbiamo ereditato modi di fare le cose.

L’arte di trovare una strada

Tra questi modi di fare esiste anche una qualità difficile da certificare: la capacità di adattarsi. Quella che superficialmente viene chiamata improvvisazione può, nella sua forma migliore, essere capacità di leggere un limite e immaginare una soluzione.

Non è una caratteristica biologica né un’esclusiva nazionale. È piuttosto una sensibilità che una storia fatta di differenze regionali, scambi, trasformazioni e scarsità può aver allenato: cambiare strada senza perdere l’obiettivo, usare creatività e resilienza per superare un ostacolo.

Da Made in Italy a una domanda diversa

Made in Italy conserva un significato concreto e non ha bisogno di essere sostituito. Le regole sull’origine rispondono a una domanda necessaria: dove può essere attribuita l’origine di una merce?

ITALICO vorrebbe porne un’altra: quale cultura ha reso possibile questo oggetto, questo gesto, questo servizio, questa esperienza?

Non sarebbe un’alternativa giuridica al Made in Italy, ma un modo per ragionare sulla provenienza culturale: riconoscere, proteggere e raccontare il sapere vivente che può viaggiare insieme alle persone.

E il principio non dovrebbe valere soltanto per l’Italia. Una cultura giapponese, coreana, indiana, marocchina o messicana può viaggiare allo stesso modo. Riconoscere la provenienza culturale non significa costruire nuovi confini; significa attribuire valore alla conoscenza che li attraversa.

Radici abbastanza profonde per viaggiare

Più di ottocento anni fa un giovane pisano attraversò il Mediterraneo e incontrò sulla costa africana una conoscenza che aveva viaggiato da ancora più lontano. La studiò, la fece propria e contribuì a trasmetterla altrove.

Non diminuì la cultura da cui proveniva aprendosi a un’altra. La arricchì.

Forse è questa una delle lezioni più profonde della cultura italica. Conservare una tradizione non significa impedirle di incontrare il mondo. Significa darle radici abbastanza profonde da permetterle di viaggiare.

Un luogo può essere protetto da un confine. Un prodotto può essere protetto da un’etichetta. Ma una cultura sopravvive soltanto quando qualcuno continua a praticarla, trasformarla e trasmetterla.